Una foto "fantasma", un commento cinico, una tragedia familiare, un

Torino, la foto della morta è "vilipendio di cadavere": vigile urbano finisce sotto processo

Una foto "fantasma", un commento cinico, una tragedia familiare, un sentimento offeso. Sono questi gli ingredienti di una vicenda sgradevole e controversa che sta per sfociare in un'aula del tribunale di Torino, protagonisti un vigile urbano e una sua collega. Il primo, accusato di vilipendio di cadavere per aver fotografato con lo smartphone una donna appena morta d'infarto in un mercato inviando a un altro collega su Whatsapp l'immagine con l'irriverente commento "Ancora calda". La seconda, nipote della defunta, indignata nell'apprendere, alcuni giorni dopo il fatto, del gesto indelicato riferitole da altri due vigili. Un racconto che adesso costituisce l'unica fonte di prova a carico dell'indagato perché, nel frattempo, la fotografia "incriminata" non si trova più.

L'episodio comincia nel mercato rionale di via Cesare Pavese, nel quartiere Mirafiori Sud, dove una donna si accascia all'improvviso, colpita da attacco cardiaco. Viene chiamata un'ambulanza, i medici tentano di rimettere il cuore in movimento con il defibrillatore, ma non serve. Alla scena assiste un commissario della polizia municipale che scatta una fotografia del corpo esanime, la camicetta aperta, gli elettrodi applicati sul torace: lo scatto che poco dopo, secondo l'accusa, viene spedito via Whatsapp a un collega con allegato il commento offensivo. Sarà proprio il destinatario del messaggio, insieme con il collega che sedeva di pattuglia accanto a lui, a rivelare tempo dopo l'imbarazzante circostanza alla vigilessa nipote della vittima. Che, irritata per il gesto, scrive al comando dei vigili chiedendo di avviare un procedimento disciplinare: la risposta è un diniego, poiché - scrive il dirigente - si ritiene "che non siano emersi elementi sufficienti" per sostenere addebiti disciplinari né "ragioni per assumere provvedimenti di altro genere".

La vigilessa, delusa, si rivolge a un avvocato, ma il risultato è sempre lo stesso. Anche perché, spiega lo stesso dirigente, "della vicenda non viene mostrato alcun riscontro oggettivo". La fotografia, infatti, non è più rintracciabile. Ne parlano però le relazioni di servizio dei due agenti che assicurano di averla vista. Ed è su questa base che la donna decide di stilare un esposto indirizzato alla Procura della Repubblica. Anche questo tentativo sembra indirizzato verso un'archiviazione, secondo la richiesta del pubblico ministero. Ma la vigilessa si oppone e trova un appoggio forse ormai insperato nella giudice delle indagini preliminari Rosanna La Rosa, che ne accoglie gli argomenti e dispone l'imputazione coatta del commissario. Quella fotografia con quel commento integra il reato di vilipendio di cadavere: quello che la Procura dovrà formulare entro dieci giorni. Se ne riparlerà in un'aula del tribunale.